metafisica-n-1718-art

copertina sidebar 14-16

  English edition

Ebdòmero

Hebdomeros. Le peintre et son génie chez l’écrivain
Ed. du Carrefour, Parigi 1929Ebdòmero, Bompiani, Milano 1942
… e allora incominciò la visita di quello strano edificio sito in una via severa, ma distinta e senza tristezza. Visto dalla strada l’edificio faceva pensare a un consolato tedesco a Melbourne. Grandi negozi occupavano tutto il pianterreno. Benché non fosse né domenica, né altro giorno festivo, i negozi erano chiusi in quel momento e ciò conferiva a quella parte della strada un aspetto di noia malinconica, una certa desolazione, quell’atmosfera parti- colare che hanno di domenica le città anglosassoni. Nell’aria fluttuava un leggero odore di depositi di mercanzie e di derrate alimentari; odore indefinibile e altamente suggestivo che si sprigiona dai magazzini vicino alle banchine, nei porti. L’aspetto di consolato tedesco a Melbourne era un’impressione puramente personale di Ebdòmero e quando ne parlò ai suoi amici essi sorrisero e trovarono che il paragone era buffo, ma non insistettero e tosto parlarono d’altro. Da ciò Ebdòmero dedusse che forse essi non avevano ben capito il senso delle sue parole. Continuò a riflettere sulla difficoltà che c’è a farsi capi- re quando si comincia ad evoluire a una certa altezza o profondità. “È strano,” ripeteva Ebdòmero a se stesso “a me, il pensiero che qualcosa sia sfuggito alla mia comprensione, impedirebbe di dormire, mentre la gente in genere può vedere, udire o leggere cose per essa completamente oscure senza turbarsi”. Cominciarono a salire le scale che erano assai larghe e interamente di legno verniciato… (inizio)
 —
Nel cielo puro dell’autunno navigavano grandi nuvole bianche di forme scultorie; in mezzo a ogni nuvola, in una posa d’una maestà sublime, erano coricati i geni apteri; allora l’esploratore usciva sul balcone della sua casetta suburbana; lasciando la sua camera dalle pareti coperte di pellicce e di fotografie raffiguranti navi nere come macchie d’inchiostro in mezzo al candore dei banchi di ghiaccio, l’esploratore guardava meditabondo i grandi geni apteri coricati sulle nuvole e pensava ai disgraziati orsi polari, aggrappati agli icebergs voganti alla deriva e i suoi occhi si inumidivano di lacrime; egli evocava i suoi viaggi, le fermate sulla neve e la navigazione lenta e peno- sa nei mari freddi del Nord. “Dammi i tuoi mari freddi, li riscalderò nei miei”. Gentilezze di dei! Poiché ve ne sono due, sì, due dei; il Nettuno bianco e il Nettuno nero, vale a dire il dio del Nord e quello del Sud; ed era il nero che parlava così protendendo di sopra al vasto mondo, verso il collega bianco, le sue braccia cariche d’alghe…
 Prendiamo l’esempio del vaso rotto. Quella reputazione di fanciullo-martire, al quale la matrigna col mini- mo pretesto affibbiava un sacco di legnate, era completamente falsa. Si poteva vedere facilmente in quel momento in cui tutta la famiglia era riunita in mezzo alla camera da pranzo intorno ai cocci di quel famoso vaso di Rodi che durante novantadue anni era rimasto posato sull’alto della credenza. Con gli occhi fissi a terra, le mani aperte posate sulle ginocchia piegate, i gomiti in fuori, i sette membri della famiglia, come se fossero seduti sopra invisibili sgabelli, guardavano quei cocci biancastri. Ma nessuno si muoveva, nessuno lo accusava. Essi guardavano come archeologi incuriositi avrebbero guardato apparire la statua che si dissotterra, o come paleontologhi appassionati avrebbero guardato il fossile che la zappa ha ricondotto alla luce del giorno. Si parlava di incollare insieme i cocci e, a questo proposito, ognuno diceva la sua. Alcuni affermavano di conoscere artigiani specialisti i quali facevano questo genere di lavoro in modo così perfetto che poi nulla della rottura rimaneva visibile. La padrona di casa (quella che tutto il quartiere accusava di essere l’incubo del giovane Achille) era la meno impressionata di tutti; fu lei per prima a interrompere l’incanto di quella contemplazione. Il fratello maggiore di Achille asseriva che la disposizione dei cocci del vaso sparsi sul pavimento aveva largamente contribuito ad affascinare in tal modo i sette membri della famiglia. Quei cocci, infatti, formavano sul pavimento un trapezio, come una costellazione ben nota e l’idea del cielo rovesciato incantava, sino all’immobilità, tutte quelle brave persone le quali, dopo tutto, e tranne il fatto che invece di guardare in alto guardavano in basso, erano, durante quella contemplazione, i degni colleghi di quei primi astronomi, caldei o babilonesi, che vegliavano, durante le belle notti d’estate, coricati sulle terrazze, con lo sguardo rivolto alle stelle…