Sole sul cavalletto, 1973

Sole sul cavalletto, 1973

Olio su tela, cm 64,5 x 81 (Inv. 31)

Il soggetto di questo dipinto, costituito dal sole e dalla luna spenti in cielo e accesi in una stanza, si incontra per la prima volta in alcune delle sessantasei litografie che de Chirico realizza per illustrare l’edizione di lusso dei Calligrammes di Guillaume Apollinaire, pubblicata a Parigi nel 1930. Il Maestro immaginò temi e forme nuovi e originali, generando uno dei capolavori grafici del Novecento. Lui stesso racconta al collezionista ed editore belga René Gaffé nel 1931: “[...] mi sono ispirato a ricordi che risalgono agli anni 1913 e 1914. Avevo appena conosciuto il poeta. Leggevo spesso i suoi versi dove parla spesso di soli e di stelle [...] nello stesso tempo pensavo all’Italia, alle sue città e alle sue rovine [...] i soli e le stelle ritornavano sulla terra come dei pacifici emigranti. Senza dubbio si erano spenti nel cielo perché li vedevo riaccendersi all’entrata dei portoni di molte di quelle case”.

La trasposizione pittorica di questa originale invenzione iconografica avverrà solo nell’ultima stagione creativa, quella neometafisica tra gli anni Sessanta e Settanta, insieme al recupero di molti temi del passato con cui de Chirico sembra ironicamente confrontarsi. L’iconografia del dipinto in questione associa in particolare i soggetti di due di quelle litografie: Le vigneron champenois, in cui protagonista è il sole sul cavalletto, e L’espionne, in cui la luna giace in una stanza, collegata al cielo da un cavo. L’artista costruisce la composizione come una scenografia teatrale, collocando il sole e la luna su un palcoscenico di cui si scorgono i sipari, mentre nel fondo una finestra apre su un paesaggio mediterraneo. L’ironia è l’elemento dominante di tutta una serie di opere in cui de Chirico rielabora i soggetti delle litografie dei Calligrammes, dove gli elementi della natura, come il sole, la luna, la pioggia, vengono animati fino ad assumere atteggiamenti quasi umani, sempre ambientati nello spazio di un teatrino, in cui tutto assume il tono di una realtà-giocattolo, corroborato da colori caldi e squillanti. Tuttavia, se da un lato l’ironia è qui evidente nel collegare la luna e il sole accesi ai loro “doppi” spenti attraverso un filo, dall’altro questo doppio nero rimanda alla morte, implicando anche una lettura tragica. (SV)