copertina sidebar 14-16

 

Il Minotauro pentito, 1969

Il Minotauro pentito, 1969

Altorilievo in bronzo argentato h cm 38,5, base cm 14,5 x 32 (Inv. S1)

Si tratta dell’unico soggetto che de Chirico ha realizzato in altorilievo, dando all’opera un’impostazione scenografica: il mostro cretese dal corpo umano e dalla testa di toro si erge in piedi, con la mano destra posata sul cuore in atteggiamento contrito, davanti a un piccolo tempio dorico.

Per alcuni critici (G. dalla Chiesa 1988, p. 60; J. de Sanna 1998, p. 262) trattasi della prima comparsa del tema del Minotauro in un’opera di de Chirico, che del mito mediterraneo privilegiò sempre la melanconica figura femminile di Arianna, sia nella produzione pittorica che scultorea. In realtà, come ci indica Franco Ragazzi (Il grande Metafisico. Giorgio de Chirico scultore, 2004), è nel teatro che si ritrova lo stesso soggetto, con interessanti precedenti iconografici. Precisamente il riferimento è ai bozzetti eseguiti nel 1937 per la trilogia mai realizzata per il Teatro di Bacco ad Atene, fra cui il balletto Le Minotaure di Louis Gauthier-Vignal, con la coreografia di Iolas Coutsoudis (noto come Alexander Iolas, futuro mercante d’arte dello stesso de Chirico), esposti più volte tra il 1939 e il 1946. Nel bozzetto per la Messinscena per Le Minotaure troviamo così l’inquietante personaggio mitologico con la stessa maschera, lo stesso panneggio della tunica, lo stesso gesto della mano. Anche il tempietto alle spalle del mito si ritrova fra le idee scenografiche dell’artista, intorno agli anni Trenta, mentre la fonte testuale è nel dipinto neometafisico Il tempio nella stanza dell’inizio anni Sessanta, della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Scrive de Chirico a commento della scultura nel catalogo della mostra realizzata a New York nel 1972: “Era una delle sue principali debolezze provare una certa nostalgia per il passato, fosse pure un passato così tenebroso” (Hebdomeros, 1929). I tratti umanizzati del volto e l’aggettivo ‘pentimento’, presente nel titolo stesso dell’opera, sembrano dissolvere l’aspetto cruento e bestiale della figura, più vicina d’aspetto e d’atteggiamento a quella di un guardiano, custode della verità del tempio come una vestale o un sacerdote. (BD’A)