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Il figliuol prodigo, 1975

Il figliuol prodigo, 1975

Olio su tela, cm 100 x 70 (Inv. 306)

Quello del Figliuol prodigo costituisce uno dei temi più cari a de Chirico, per i riferimenti autobiografici e per le diverse sfumature che assume. Esso compare per la prima volta come abbraccio tra un manichino e una statua in un disegno del 1917, nel pieno dello sviluppo della pittura metafisica. Il tema, così concepito, viene poi ripreso da de Chirico nei primi anni Venti, quando, dopo essersi professato “Pictor classicus”, recupera il proprio rapporto con la tradizione praticando l’attività di copista nei musei. Nello stesso tempo “scopriva” la tecnica della tempera grassa, con cui credeva realizzati i capolavori dei grandi maestri del Rinascimento, e la impiegava in modo esclusivo dal 1920 al 1924. Con questa tecnica sono infatti eseguiti i due dipinti in cui compare il soggetto in questione, peraltro con interessanti differenze, nel 1922 e nel 1924. Ad accomunarli, oltre al tema, è tuttavia anche la ricomparsa del manichino, la cui iconografia risale al periodo metafisico, sviluppata tra la fase parigina e la successiva stagione ferrarese. L’abbraccio tra il figlio manichino e il padre statua allude perciò da un lato all’approdo al Museo, ma dall’altro anche al ritorno dell’ispirazione metafisica.

La ripresa del soggetto in questo dipinto del 1975, realizzato da de Chirico nel periodo definito “neometafisico” ha però il suo prototipo nel disegno del 1917. Oltre agli edifici rinascimentali vi ritroviamo infatti puntualmente lo stesso orizzonte alto, ma soprattutto il monumento equestre in cima alla salita e il basamento con colonna in primo piano, che non ricorrono invece nelle due versioni pittoriche degli anni Venti sopra citate. (SV)