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Gli Archeologi, 1940

Gli Archeologi, 1940

Terracotta dipinta a mano, h cm 28, base cm 22 x 23 (Inv. S58)

Il motivo del ventre colmo di oggetti è ricorrente nella pittura dechirichiana degli anni Venti e Trenta, e sarà in seguito ripreso più volte anche nella scultura. Manichini gravidi di giocattoli, costruzioni fantastiche, frammenti architettonici e paesaggi compaiono in dipinti come La famiglia del pittore del 1926, Le Muse (In villeggiatura) e Il pittore, entrambi del 1927, Gli Araldici del 1930. Numerose variazioni sul tema degli Archeologi sono caratterizzate dallo stesso motivo: dal disegno del 1926 Gli archeologi, al dipinto L’Archeologo datato al 1926-1927, al grande olio Gli Archeologi del 1927 (conservato presso Il Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma), all’omonima tempera dello stesso anno e all’acquaforte per Le mystère laic di Jean Cocteau, sempre del 1927, fino alle diverse interpretazioni scultoree che si succedono dal 1940 fino agli anni Sessanta. Nonostante ciò l’opera mantiene la sua autonomia iconografica rispetto ai precedenti pittorici: qui la vicinanza fisica dei due archeologi corrisponde anche a una comunanza emotiva grazie alla posa delle figure che si tramuta in una sorta di abbraccio, con il gesto della stretta intorno alla spalla e il delicato contatto delle teste.

Questa terracotta appartiene al periodo vissuto dall’artista tra Firenze e Milano, dopo il rientro in Italia nel 1938 dagli Stati Uniti. Sono questi gli anni in cui de Chirico inizia a lavorare con la scultura. Le prime produzioni sono in creta, una materia duttile, malleabile, facilmente manipolabile dall’artista creatore che forma, plasma e modella senza alcuna mediazione l’argilla, proprio come farebbe con il tratto di una matita in un disegno o con il colore sotto l’effetto di una pennellata.

Nello stesso 1940, a commento della sua prima esperienza plastica, de Chirico scrive un testo teorico, Brevis pro plastica oratio, in cui afferma: “Se una scultura è dura non è scultura. La scultura dev’essere morbida e calda, e della pittura avrà non solo tutte le morbidezze, ma anche tutti i colori: una bella scultura è sempre pittorica”.

L’approdo alla scultura costituisce, dunque, una sorta di naturale proseguimento e una esplorazione parallela verso una nuova “matericità” della pittura, proprio negli anni in cui il suo lavoro si concentra sul mondo della classicità, la riscoperta del museo, la qualità del mestiere e le ricerche tecniche legate alla preziosità del tessuto pittorico. Da qui la necessità di colorare la scultura, secondo l’usanza degli antichi. (BD’A)